17 Giugno 2024
Nell’accezione comune del termine, e soprattutto in Italia, palliativo comunica un significato di limite, di inadeguatezza, rispetto agli obiettivi che ci si prefiggono. Il termine, infatti, risale al latino tardo palliare, nel significato di mascherare o coprire con un pallio (lat. pallium «mantello»). E l’espressione: «quel rimedio è solo un palliativo» declassa quel tipo di intervento a livello di soluzione transitoria che risolverà solo in parte il problema.

Assistenza al malato terminale.

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Nell’accezione comune del termine, e soprattutto in Italia, palliativo comunica un significato di limite, di inadeguatezza, rispetto agli obiettivi che ci si prefiggono.

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Il termine, infatti, risale al latino tardo palliare, nel significato di mascherare o coprire con un pallio (lat. pallium «mantello»). E l’espressione: «quel rimedio è solo un palliativo» declassa quel tipo di intervento a livello di soluzione transitoria che risolverà solo in parte il problema.

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Anche nell’ambito della cultura medica contemporanea, tesa alla soluzione di tutti i problemi fisici e psicologici delle persone (quali gli interventi sulle fasi iniziali della vita o il suo allungamento temporale mediante l’uso di sofisticate tecnologie), per molto tempo l’approccio palliativo si è configurato come una pratica medica riduttiva in quanto incapace di risolvere alla radice un problema clinico, ma piuttosto orientata alla sola gestione delle manifestazioni di una malattia, peraltro inguaribile.

In verità, al di là delle definizioni restrittive le cure palliative sono espressione di una concezione olistica della medicina che libera il termine curare dalla prospettiva totalizzante del guarire, assumendo il concetto ben più complesso del prendersi cura dell’individuo. Tale assunto determina ricadute corrette in termini di impegno professionale, tempo, spazio, strutture, idee e ricerca.

L’organizzazione mondiale della sanità e il malato terminale

L’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) definisce le cure palliative come un approccio in grado di migliorare «la qualità della vita dei malati e delle loro famiglie che si trovano ad affrontare le problematiche associate a malattie inguaribili, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza per mezzo di una identificazione precoce e di un ottimale trattamento del dolore e delle altre problematiche di natura fisica, psicosociale e spirituale» (World health organization, National cancer control programmes. Policies and managerial guidelines, 20022, p. 84).

Esiste una fase della vita umana dove, piuttosto che coltivare false speranze, la medicalizzazione deve gradualmente lasciare spazio all’umanizzazione delle cure e tutti i professionisti sanitari devono assistere i pazienti terminali con un mix equilibrato di scienza, comunicazione ed empatia.

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Oggi, anche le linee guida internazionali raccomandano ai medici di pianificare con tutti i pazienti oncologici con aspettativa di vita inferiore a un anno la loro assistenza terminale, end-of-life care (EOLC).

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Con i limiti legati alla trasferibilità dei risultati (contesto USA) lo studio di Jennifer Mack e coll. pubblicato ieri sugli Annals of Internal Medicine, dimostra che i medici discutono della pianificazione dell’assistenza terminale con il 73% di 2155 pazienti con carcinoma polmonare o del colon-retto in fase avanzata.
Questo dato documenta che negli Stati Uniti la comunicazione e il coinvolgimento dei pazienti terminali nella pianificazione della loro assistenza terminale avviene in tre casi su quattro; inoltre, la percentuale sale al 87% quando vengono analizzati i dati relativi ai 1470 pazienti deceduti durante il follow-up.
Ma… esiste una parte mezza vuota del bicchiere? In realtà sì, e i bicchieri sono tanti.
Innanzitutto, solo nel 41% dei 685 pazienti ancora in vita alla fine del follow-up era documentata una discussione sulla EOLC; in secondo luogo, per gli oncologi si tratta ancora di un argomento tabù, visto che ne parlano direttamente ai pazienti solo nel 27% dei casi; infine, tra i 959 pazienti con documentata discussione sulla EOLC, questa avveniva in media… 33 giorni prima del decesso

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Quando la prognosi di un paziente oncologico è segnata, piuttosto che sprecare tempo e risorse in accanimenti terapeutici inefficaci, inappropriati e rischiosi, alimentando false speranze, tutti i professionisti sanitari dovrebbero discutere con i pazienti con adeguato anticipo la pianificazione della loro assistenza terminale, rispettando le loro preferenze, oltre che le leggi vigenti.

3 thoughts on “Assistenza al malato terminale, morte cure!

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