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L’INFERMIERE A BORDO CAMPO: IL PROFESSIONISTA CHE LO SPORT ITALIANO DEVE ANCORA VALORIZZARE

Tra tempi di intervento, organizzazione dell’emergenza e competenze professionali: perché l’infermiere potrebbe diventare una risorsa strategica per la sicurezza nello sport

Quando un atleta crolla improvvisamente sul terreno di gioco, il tempo diventa una variabile clinica.

Non sono soltanto la diagnosi e la terapia a fare la differenza. Nei primi minuti contano soprattutto il riconoscimento dell’emergenza, l’avvio della rianimazione cardiopolmonare, la disponibilità del defibrillatore e la capacità dell’équipe di intervenire rapidamente e secondo un piano prestabilito.

Le raccomandazioni internazionali sulla gestione dell’arresto cardiaco nello sport sottolineano proprio questo principio: davanti a un collasso improvviso senza rapido recupero, l’arresto cardiaco deve essere considerato fino a prova contraria e la risposta deve iniziare immediatamente sul terreno di gioco. [1]

L’American College of Sports Medicine ha inoltre individuato come obiettivo organizzativo la possibilità di effettuare la prima defibrillazione entro tre minuti dal collasso. [2]

Ed è proprio qui che nasce una domanda ancora poco affrontata nel sistema sportivo italiano:

Se ogni secondo può essere determinante, perché l’infermiere non viene riconosciuto in modo uniforme come possibile professionista sanitario a bordo campo?


L’infermiere oggi non è più un semplice esecutore

Per comprendere il problema bisogna partire dalla professione infermieristica.

Il D.M. 739/1994 definisce l’infermiere come il professionista sanitario responsabile dell’assistenza generale infermieristica e individua, tra gli ambiti della formazione post-base, anche l’area critica. [3]

Con la legge 42/1999 viene inoltre superato il vecchio sistema mansionariale: il campo proprio di attività e responsabilità delle professioni sanitarie viene ricondotto ai relativi profili professionali, agli ordinamenti didattici e ai codici deontologici. [4]

Il risultato è un cambiamento culturale importante.

L’infermiere non è semplicemente colui che “esegue” una procedura.

È un professionista sanitario responsabile dell’assistenza, con competenze e responsabilità proprie.

Questo assume particolare rilevanza quando si parla di emergenza.


BLSD e competenza professionale non sono la stessa cosa

Nel mondo dello sport il BLSD rappresenta una risorsa fondamentale.

Avere personale formato significa poter riconoscere un arresto cardiaco, iniziare la RCP e utilizzare un DAE secondo quanto previsto dalla formazione ricevuta.

Ma c’è una differenza sostanziale tra:

essere formati al BLSD

e

essere un professionista sanitario.

Un infermiere, soprattutto quando possiede formazione ed esperienza nell’emergenza-urgenza, nell’area critica o nel soccorso territoriale, dispone di un bagaglio professionale più ampio: valutazione assistenziale, monitoraggio, riconoscimento del deterioramento clinico, gestione delle situazioni di emergenza nell’ambito delle proprie competenze e collaborazione con gli altri professionisti sanitari.

Questo non significa attribuirgli competenze mediche.

Significa semplicemente riconoscere che un attestato BLSD e una qualificazione professionale sanitaria sono due cose differenti.


Quando il tempo diventa vita

Nell’arresto cardiaco improvviso il tempo è determinante.

RCP precoce e defibrillazione precoce costituiscono elementi centrali della catena della sopravvivenza. Le raccomandazioni specifiche per lo sport insistono sulla necessità di avere un sistema preparato prima ancora che l’emergenza si verifichi. [1][2]

Uno studio prospettico condotto durante eventi di lunga distanza in Giappone ha inoltre evidenziato risultati neurologici favorevoli nei casi caratterizzati da intervento estremamente precoce, con RCP iniziata entro un minuto e defibrillazione entro tre minuti. [5]

Il messaggio è semplice:

non basta avere il DAE. Bisogna riuscire a utilizzarlo rapidamente.

E allora la domanda diventa inevitabile:

Chi è realmente in grado di intervenire nei primi minuti?


Il defibrillatore da solo non basta

Un DAE disponibile ma lontano, non immediatamente accessibile o inserito in un’organizzazione priva di ruoli definiti può perdere gran parte della propria efficacia.

Per questo assume importanza l’Emergency Action Plan (EAP).

Un piano efficace dovrebbe stabilire in anticipo:

  • chi riconosce l’emergenza;
  • chi chiama il 112/118;
  • chi inizia la RCP;
  • chi recupera il DAE;
  • chi coordina le operazioni;
  • quali sono le vie di accesso per i soccorsi;
  • come viene gestito un eventuale trauma;
  • come viene effettuato il trasferimento;
  • dove avviene il rendez-vous con i mezzi di soccorso;
  • quale struttura ospedaliera è prevista.

La letteratura sottolinea inoltre l’importanza di un EAP scritto, della formazione dei soccorritori e della periodica simulazione del piano. [6]

Per questo la domanda non dovrebbe essere soltanto:

“Chi possiede il BLSD?”

Ma:

“Quale organizzazione permette di garantire la risposta più rapida, coordinata e competente?”


E qui entra in gioco l’infermiere

L’infermiere potrebbe rappresentare una risorsa particolarmente interessante all’interno dell’organizzazione sanitaria sportiva.

Non come sostituto del medico.

Non come semplice operatore BLSD.

Ma come professionista sanitario inserito all’interno di una squadra multidisciplinare.

Una possibile funzione di “infermiere di campo” potrebbe essere affidata a professionisti in possesso di requisiti definiti, ad esempio:

  • iscrizione all’Ordine professionale;
  • certificazione BLSD valida;
  • formazione specifica in emergenza-urgenza;
  • formazione sul trauma extraospedaliero e sportivo;
  • aggiornamento periodico;
  • conoscenza dell’Emergency Action Plan;
  • integrazione con il sistema territoriale di emergenza-urgenza;
  • disponibilità di presidi adeguati al livello di rischio dell’evento.

Attenzione: questi requisiti rappresentano una proposta organizzativa e non sono oggi requisiti uniformemente previsti dalla normativa nazionale per una figura denominata “infermiere di campo”.

Ed è proprio questa distinzione a rendere la proposta sostenibile.


Non si tratta di scegliere tra medico e infermiere

Uno dei rischi di questo dibattito è trasformarlo in una contrapposizione tra professioni.

Non dovrebbe essere così.

Il medico mantiene le proprie competenze diagnostiche e terapeutiche.

L’infermiere esercita le competenze proprie della professione infermieristica, in relazione alla formazione acquisita e alle responsabilità professionali.

Il personale non sanitario formato al BLSD rimane una risorsa fondamentale per l’attivazione immediata della catena della sopravvivenza.

Le diverse figure non devono essere messe in competizione.

Devono essere integrate.

La qualità dell’assistenza dipende infatti non soltanto dalla presenza di una singola professionalità, ma dalla capacità dell’intero sistema di riconoscere l’emergenza, attivare rapidamente le risorse disponibili e garantire continuità assistenziale fino all’arrivo del sistema di emergenza territoriale.


Cosa ci dice la ricerca sui team di emergenza?

Una scoping review pubblicata nel 2026 su Emergency Care Journal ha analizzato gli studi relativi alla composizione dei team di emergenza preospedaliera. [7]

Il quadro emerso è tutt’altro che semplicistico.

I sistemi analizzati sono molto differenti tra loro e gli outcome dipendono da numerosi fattori: gravità del paziente, tempi di risposta, organizzazione del sistema, formazione e competenze dell’équipe.

Non emerge quindi un modello professionale unico che sia superiore in ogni situazione.

Il punto centrale diventa:

competenza + formazione + protocolli + organizzazione.

Questo concetto è particolarmente importante anche nello sport.

Ma bisogna evitare una conclusione eccessiva: gli studi sui sistemi preospedalieri non dimostrano automaticamente che la presenza di un infermiere a bordo campo migliori gli outcome degli eventi sportivi.

Dimostrano piuttosto che la composizione dell’équipe deve essere valutata insieme all’organizzazione complessiva del sistema.

Ed è proprio questo il punto da cui dovrebbe partire una futura ricerca italiana.


Un modello diverso per competizioni diverse

Non tutte le manifestazioni sportive hanno lo stesso livello di rischio.

Una gara amatoriale, una competizione professionistica, un evento internazionale o uno sport di contatto presentano esigenze organizzative differenti.

Per questo l’eventuale presenza dell’infermiere non dovrebbe essere obbligatoria indistintamente in ogni situazione.

Potrebbe invece essere inserita in un modello basato sulla valutazione del rischio.

Basso rischio

Eventi con limitata complessità assistenziale, nei quali devono comunque essere garantiti DAE, personale formato e un EAP.

Rischio intermedio

Eventi nei quali potrebbe essere prevista, in relazione alle caratteristiche della manifestazione, la presenza di un infermiere adeguatamente formato.

Alto rischio

Competizioni professionistiche, sport ad alto impatto o eventi con elevata complessità organizzativa, nei quali la presenza di un’équipe sanitaria strutturata dovrebbe essere definita in modo specifico, senza sostituire le figure eventualmente obbligatorie.

In questo modo l’infermiere di campo non diventerebbe una soluzione standardizzata, ma una risorsa proporzionata al rischio.


La proposta alle federazioni

Le federazioni sportive potrebbero quindi valutare una revisione dei propri regolamenti sanitari, introducendo la possibilità di riconoscere formalmente l’infermiere tra le figure sanitarie utilizzabili a bordo campo.

Una possibile formulazione potrebbe essere:

“Le società sportive, in relazione alla categoria, al livello della competizione e alla valutazione del rischio, possono prevedere la presenza di un infermiere iscritto all’Ordine professionale, in possesso di certificazione BLSD e di formazione documentata nell’emergenza-urgenza e nel trauma sportivo, inserito nell’Emergency Action Plan della manifestazione e integrato con il sistema territoriale di emergenza-urgenza.”

Una previsione di questo tipo non eliminerebbe la presenza del medico quando prevista o necessaria.

Aggiungerebbe semplicemente una possibilità organizzativa.

Una professionalità sanitaria in più, non una professione contro un’altra.


Il vero paradosso

Il paradosso non è che l’infermiere non sia un medico.

È evidente che non lo sia.

Il vero interrogativo è un altro.

In un sistema nel quale si parla sempre più di sicurezza, prevenzione e rapidità di intervento, perché non valorizzare una professionalità sanitaria già esistente quando possiede formazione ed esperienza adeguate?

La domanda non dovrebbe quindi essere:

“L’infermiere può sostituire il medico?”

La domanda corretta è:

“Come possiamo utilizzare al meglio le competenze dei professionisti sanitari disponibili per rendere più sicura la risposta all’emergenza nello sport?”

È una differenza sostanziale.

Perché non si parla di sostituzione.

Si parla di integrazione.


Il prossimo passo: dalla discussione alla sperimentazione

La proposta non dovrebbe fermarsi al dibattito.

Sarebbe necessario sviluppare progetti pilota nei quali valutare concretamente:

  • tempi di riconoscimento dell’emergenza;
  • tempi di arrivo al paziente;
  • tempo di disponibilità del DAE;
  • qualità della RCP;
  • aderenza all’EAP;
  • tempi di attivazione del 112/118;
  • appropriatezza della gestione del trauma;
  • continuità assistenziale;
  • formazione e mantenimento delle competenze.

In questo modo si potrebbe passare da una domanda teorica a una valutazione basata sui dati.

L’infermiere di campo non dovrebbe essere semplicemente “proposto”. Dovrebbe essere studiato, testato e valutato.


Conclusioni

Lo sport italiano ha fatto passi importanti nella sicurezza degli atleti e nella diffusione dei defibrillatori.

Il passo successivo potrebbe essere quello di interrogarsi anche sulla qualità dell’organizzazione sanitaria presente sul terreno di gioco.

La normativa riconosce l’infermiere come professionista sanitario e ne definisce un preciso profilo professionale. [3][4]

La letteratura sull’arresto cardiaco nello sport mostra quanto siano importanti rapidità, preparazione ed organizzazione. [1][2][6]

Le evidenze sui sistemi preospedalieri suggeriscono inoltre che la qualità dell’intervento dipende dall’interazione tra professionisti, formazione e organizzazione. [7]

Da questi elementi nasce una proposta semplice, ma non banale:

valorizzare l’infermiere come possibile componente dell’assistenza sanitaria sportiva, definendo requisiti formativi, responsabilità, protocolli e modalità di integrazione con il sistema di emergenza.

Non una guerra tra professioni.

Non la sostituzione del medico.

Non un semplice attestato BLSD.

Un sistema organizzato nel quale ogni professionista possa intervenire secondo le proprie competenze.

Perché l’emergenza non aspetta che il sistema decida chi avrebbe dovuto esserci.

E quando un atleta crolla sul terreno di gioco, c’è una cosa che non può essere regolamentata:

il tempo.

Riferimenti

1. Smith CM, Moore F, Drezner JA, et al. Resuscitation on the field of play: a best-practice guideline from Resuscitation Council UK. British Journal of Sports Medicine. 2024;58(19):1098-1106.
· PubMed Central – testo completo

2. Thompson PD, Baggish AL, Blaha MJ, et al. Increasing the Availability of Automated External Defibrillators at Sporting Events: A Call to Action from the American College of Sports Medicine. Current Sports Medicine Reports. 2021;20(8):418-419.
PubMed – articolo e abstract

3. Ministero della Sanità. Decreto 14 settembre 1994, n. 739. Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere.

4. Repubblica Italiana. Legge 26 febbraio 1999, n. 42. Disposizioni in materia di professioni sanitarie.

5. Tanaka H, Kinoshi T, Tanaka S, et al. Prehospital interventions and neurological outcomes in marathon-related sudden cardiac arrest using a rapid mobile automated external defibrillator system in Japan: a prospective observational study. British Journal of Sports Medicine. 2022.

6. Pelto HF, Drezner JA. Design and Implementation of an Emergency Action Plan for Sudden Cardiac Arrest in Sport. Journal of Cardiovascular Translational Research. 2020;13(3):331-338.

7. Rubino A, Lucenti E, Alboreo C, et al. Prehospital team composition and mortality: a scoping review. Emergency Care Journal. 2026;22(2).

8. Zaboli A, Lucenti E, Andreucci A, et al. Evidence-based pathways to modernise emergency nursing in Italy: autonomy, accountability, and outcomes. Emergency Care Journal. 2026;22(2).

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